Fiocco azzurro a casa Guglielmo!

Benvenuto Lorenzo Domenico!!!

È nato l’11 febbraio il nipote del nostro Presidente.

Figlio di Michela e di Vincenzo Guglielmo,  primo atleta del Gradisca Skating ad indossare la maglia azzurra.

Congratulazioni da tutta la grande famiglia del Gradisca Skating!!!!

Saggio di Natale 2013 G.S.

Sabato 07 dicembre si è svolto presso il palaMacoratti il tradizionale saggio di Natale dei nostri atleti.

E’ stata anche l’occasione per far esibire i nostri atleti che nel corso dell’anno hanno raggiunto importanti obbiettivi in campo nazionale e internazionale;

ricordiamo Miriana Blandino e Massimiliano Antonelli, 3° nel campionato italiano di Roccaraso e nel campionato europeo di Calenzano; Camilla Brusa, 4° agli italiani e vincitrice della coppa Europa a Gujan Mestras (F); Desirée Acquafresca e Amina Carli, 2° e 5° a Hettange Grande; Lia Bassetto e Davide Acquafresca, 2° agli italiani di Roccaraso; la coppia Agnese Castello e Matteo Valent; assente per motivi di studio Andrea Maria Terpin 4° in coppa Italia.

Un augurio di pronta guarigione alla neo campionessa italiana di coppia artistico Lucrezia Donda

Ospiti di rilievo della manifestazione, la neo campionessa mondiale juniores di solo dance Rachele Campagnol che si è esibita sul pezzo che le è valso il titolo iridato e in coppia con Alberto Maffei con il quale hanno sfiorato il titolo mondiale di coppia danza ottenendo un prestigioso secondo posto.

Come sempre calorosa la partecipazione dei familiari che hanno sostenuto i nostri piccoli e grandi atleti.

Momenti di genuina partecipazione ed entusiasmo durante le esibizioni dei nostri piccoli campioncini.

Un grazie particolare a tutti coloro che con lavoro e dedizione hanno reso possibile questo saggio.

Qui di seguito una piccola rassegna fotografica della manifestazione fornita dal socio Lorenzo Antonelli che ringraziamo.

“Voglio per forza un figlio fenomeno” Quando i genitori superano il limite

Andate a vedere un torneo under 10 di tennis. Fanno spavento. Sono alti poco più della rete e tirano certe botte impressionanti, per potenza e precisione. Se di là ci fosse Peppa Pig la vorrebbero morta. Sono prodigiosi in modo tenero e sconcertante. Non sorridono mai. Si allenano fino a sedici ore alla settimana, in quarta o quinta elementare, per quella partita del weekend. E se sbagliano un colpo, spesso vedrete questi Federer e Sharapova miniaturizzati guardare subito papà o mamma. Seduti su quelle tribune dove tanti genitori fanno molto più spavento di loro. “La mia squadra ideale è una squadra di orfani” è la vecchia battuta che gira tra allenatori. Un paradosso, ovviamente, come sono paradossali i casi di genitori aguzzini, disposti a tutto pur di vedere un figlio campione, che finiscono sui giornali. Ma la normalità che non fa più notizia è fatta di risse a bordocampo alle partite dei ragazzini, arbitri insultati e aggrediti, allenatori contestati. Ogni maledetta domenica, e il sabato pure. Qualsiasi istruttore giovanile, di qualsiasi sport, sa che una parte importante e difficile del suo lavoro è “allenare” i genitori.

La linea di campo tra gioco e stress per il bambino è sottile, quanto quella tra il buon genitore che si limita a far capire l’importanza formativa della disciplina e dell’impegno e quello che invece invade, soffoca, s’arrabbia, giustifica, pretende. “L’influenza negativa della famiglia è il nocciolo del problema” dice il pedagogo Emanuele Isidori, docente di etica e filosofia dello sport. “Troppi genitori proiettano sui loro figli le proprie frustrazioni e aspettative, caricandoli di ansie deleterie. Da una nostra ricerca del 2009 risulta che tra gli 8 e i 12 anni la maggioranza dei bambini pratica sport per vincere, come principale motivazione: questo è grave”. Il caso Agassi ha fatto letteratura: il suo best seller Open ha alzato un velo sulle torture psicologiche subite dal padre. Lui però almeno è diventato Agassi. Uno su quanti? Nel calcio, in serie A arriva uno su cinquemila. “I genitori più pericolosi e invadenti sono quelli che non si sentono realizzati e hanno meno cose da fare nella vita” sostiene Isabella Gasperini, psicoterapeuta dell’età evolutiva che collabora con varie squadre di calcio. “E in dieci anni la situazione è peggiorata di pari passo con l’aberrazione del calcio professionistico. Senti questi genitori parlare delle partite dei figli come se fosse serie A: la tattica, il mister… Purtroppo avvertire che questi comportamenti fanno solo danni è inutile: sono meccanismi involontari. Quello che cerco di far capire è che i bisogni dei bambini sono diversi dai loro. I bambini accettano l’errore e il fatto che un altro sia più bravo come una cosa naturale, e invece li vedi costretti a impegnarsi per realizzare i sogni dei genitori dietro la rete secondo un loro tacito e insano accordo. Vanno invece lasciati liberi: di sbagliare, di creare, di calciare come gli viene, di sdraiarsi a guardare il cielo se non hanno voglia di correre, di seguire l’istinto. Liberi anche di assumere le proprie responsabilità e di cavarsela da soli, se un compagno gli ha messo le scarpette sotto la doccia “.

Giordano Consolini, responsabile del settore giovanile della Virtus Bologna, uno dei più titolati vivai del basket italiano, osserva: “Ci sono famiglie che combinano disastri. Un esempio: siamo andati a giocare le finali nazionali under 17 con due ragazzi, amici d’infanzia, che non si parlavano più e non si passavano neanche più la palla per questioni di invidie tra famiglie. Roba di convocazioni in Nazionale e premi che uno aveva ricevuto e l’altro no. I due ragazzi li ho messi in camera assieme, ci ho parlato, ho ottenuto che almeno si rispettassero in campo e abbiamo vinto quello scudetto. Ma con le famiglie i risultati sono stati scarsi, non hanno cambiato atteggiamento. Figurarsi quando subentrano anche i procuratori. Purtroppo molti genitori provocano la cosiddetta “sindrome da campione”: il ragazzo viene sopravvalutato, si sente già arrivato e si blocca il processo di crescita. Considera che sia tutto scontato e dovuto, pensa solo che gli basti far passare il tempo e andrà nella Nba. È come se entrasse in una realtà virtuale e non considera più l’opzione dell’insuccesso: se arriva una sconfitta la vive come un fattore imprevedibile, non trova una via d’uscita, resta disarmato perché è stato programmato solo per vincere. Ed è difficile a quel punto farsi ascoltare. Perché è più comodo dar retta a chi ti regala un alibi dando la colpa a un altro: all’ambiente, al tecnico, ai compagni, agli arbitri. Il talento non basta per diventare giocatori”.

La mala educación tocca l’apoteosi intorno al campo da calcio, dove rispetto ad altri sport il miraggio di ricchezza è più abbacinante. “Quando i genitori vedono il bambino solo come una possibile fonte di guadagno, è finita – dice Devis Mangia, ex ct dell’Under 21 – . Tutti pensano di avere il campione in casa. Quando un ragazzino si comporta male costa meno fatica etichettarlo come piantagrane e abbandonarlo al suo destino, mentre parlandoci si scoprono spesso situazioni famigliari alle spalle che spiegano gli atteggiamenti deviati. Ma, al contrario di quanto si possa credere, non è detto che subisca maggiori pressioni chi viene da contesti culturali e sociali inferiori, dove un contratto da professionista potrebbe rappresentare una svolta per tutta la famiglia”. Lo conferma anche Roberto Meneschincheri, responsabile dell’attività agonistica under 16 dello storico Tennis Club Parioli di Roma, il circolo che ha sfornato Pietrangeli, Panatta e Barazzutti: ultimo titolo vinto, il campionato italiano under 12 femminile. “È questione di istinto e carattere, non di denaro o laurea: i genitori troppo pressanti che chiedono ai figli solo il risultato sono molto diffusi. Col dialogo di solito si riesce a ottenere collaborazione, a far capire che non va data troppa importanza alla partita e a evitare così interferenze o intemperanze durante il gioco”.

Molte società fissano un decalogo dell’ovvio. Sdrammatizzate, incoraggiate, esaltate i risultati positivi e alleggerite le sconfitte, non entrate in campo e negli spogliatoi, lasciate che la borsa se la portino da soli, non discutete con l’allenatore di schemi e ruoli, rispettate gli arbitri, non parlate male al ragazzo del suo allenatore e dei suoi compagni. Eccetera. Ma il pedagogo Isidori non assolve nemmeno le società: “Dicono pensate a divertirvi ma il messaggio che di fatto viene trasmesso implicitamente dal sistema è un altro: conta solo vincere. Accade perché è completamente sbagliato il modello del Coni: le federazioni per avere soldi devono portare risultati. In Italia manca educazione sportiva perché non esiste lo sport per tutti: gratuito”.

Lo stereotipo di madre italica che segue con apprensione il bambino sulle macchinine a gettone dei parchi, va fortemente in crisi davanti alla storia di Mattia Caminiti, anni otto, che, come altri coetanei, corre a cento all’ora sui go kart. Figlio di Andrea, ex tennista, e Nicoletta, ex ciclista professionista: un paio di volte alla settimana lo passa a prendere il meccanico e lo porta sulla pista di Jesolo. Nei weekend tutta la famiglia invece parte in camper per seguirlo sui vari circuiti. “Gli abbiamo fatto provare calcio, basket, nuoto, tennis, ma Mattia vuol fare quello, non c’è verso, ed è molto bravo – racconta il papà – . Corre da quando aveva meno di quattro anni. Gli viene naturale, non si rende neanche conto di come. Nessuno lo obbliga”. È uno sport molto costoso: ogni anno partono dai 15 ai 25mila euro, quindi servono conti solidi (mamma ha una fabbrica di lampadari) e sponsor. Il papà ha una web agency e ha creato un blog per MattiRed. “Ci sono altre famiglie che fanno i debiti per far correre i figli di nove anni, ci investono e nutrono speranze. Così nove adulti su dieci dell’ambiente si stupiscono che Mattia si diverta sul serio”. Guardate una gara su www. easykart.it sembra un videogame per topi. Chissà se ridono, dentro quei caschi enormi.
(C) Fonte: La Repubblica

Coppa Europa a Camilla Brusa.

Camilla d'oro

Camilla d’oro

Finalmente, dopo tanti podi è arrivato il momento di salire sul gradino più alto e chi tra tutte le perle di Boris toccava questo onore?
Ci ha pensato la veterana Camilla che finalmente ha potuto dimostrare ancora una volta la sua tecnica, tenacia e determinazione in una manifestazione di alto livello quale la Coppa Europa.
A Gujan Mestras (FR) la nazionale italiana con Camilla aggiunge un’altra medaglia al suo ricco palmares; chapeau anche per la jeunesse Linda Tomizza, che in una stagione travagliata da continui infortuni e contrattempi ha avuto la caparbietà di prepararsi stringendo i denti e sempre con il sorriso ha raccolto un sesto posto appena dietro alla compagna di nazionale e campionessa tricolore Michela Brezza.
Prima di tirare le somme di questa esaltante stagione per i colori gradiscani, aspettiamo Andrea Maria Terpin che andrà a gareggiare con la maglia azzurra a Misano Adriatico in Coppa Italia. In bocca al lupo!

Open de dance Hettange Grande

Si è svolto dal 3 al 5 ottobre a Hettange Grande (FR), il XXI trofeo open de dance per nazioni, riservato alla specialità solodance coppie e singoli.
Presenti le rappresentative nazionali di Spagna, Portogallo, Gran Bretagna, Germania, Olanda e Francia, tra gli azzurri convocati dal C.T. Antonio Merlo le nostre Amina Carli e Desirée Acquafresca.
Per Desirée è stata la prima volta in maglia azzurra.
Fiducia ripagata da un insperato quanto gradito secondo posto nella categoria junior.
Nella categoria jeunesse, Amina Carli è giunta 5ª.